Un Viaggio di Attivismo nella Flottiglia Global Sumud: Riflessioni di Hasnain
Saliamo sulla barca, consapevoli del rischio di essere intercettati. “Mi sono reso conto che l’intercettazione era una possibilità”, afferma Hasnain, uno dei partecipanti alla Global Sumud Flotilla, una missione di aiuto umanitario per Gaza. Accanto a lui, la sofferenza del suo amico è palpabile; è stato colpito da uno dei proiettili di gomma sparati dalle forze israeliane.
Quello non sarà certamente l’unico momento di violenza che subiremo. Una volta presi dalla barca, siamo stati trattenuti come ostaggi e torturati. Eppure, Hasnain riflette: “Sapevo che, qualunque cosa stessimo attraversando, non era nulla rispetto al trauma che vive la popolazione palestinese”.
L’attivismo è sempre stato parte della sua vita, ma unirsi alla flottiglia non era nei suoi piani. Studente al King’s College di Londra, aveva seguito le missioni attraverso i media. Dopo aver partecipato a una missione con amici lo scorso anno, ha deciso di unirsi al team di terra. “Salire su una barca è sembrato un passo inevitabile”, racconta.
Il viaggio è iniziato alla fine di aprile, quando Hasnain si è recato in Grecia per ricevere addestramento marittimo insieme ad altri attivisti provenienti da vari ambiti. “Ci hanno insegnato come prenderci cura l’uno dell’altro e come muoverci in caso di incidenti”.
Dopo la Grecia, la flottiglia ha proseguito verso la Turchia, da dove ha finalmente salpato dal porto di Marmaris alla volta di Gaza. Una volta a bordo, Hasnain era consapevole del pericolo: “Greta Thunberg era stata arrestata in missioni passate, ma sapevo che non importava chi fosse a bordo; avrebbero fatto di tutto per fermare l’aiuto ai palestinesi”.
Nonostante i rischi, c’era un certo ottimismo poiché quasi 50 navi trasportavano circa 400 attivisti e civili. Quattro giorni dopo la partenza, Hasnain avvista navi in lontananza. All’inizio non era sicuro di cosa si trattasse; poi, vedendo chiaramente che erano navi militari israeliane, la paura ha preso il sopravvento. “In pochi secondi, sono state lanciate delle motovedette che hanno rapidamente circondato la flottiglia. ‘Spareremo se non obbedite ai nostri ordini’, hanno urlato le forze”.
Improvvisamente, iniziano a sparare. Hasnain viene colpito da schegge, mentre il suo amico subisce un colpo in faccia. “Ero inorridito. Mi sono chiesto perché stessero sparando a civili innocenti e disarmati”. La flottiglia non portava armi, ma solo generi alimentari come latte e omogeneizzati. “Il nostro unico scopo era consegnarli in sicurezza sulle coste di Gaza”.
Nonostante tutto, Hasnain e i suoi compagni sono stati costretti a lasciare la barca, trascinati su un motoscafo, dove la sola cosa a cui potevano aggrapparsi era una corda, mentre le onde li colpivano.
“Inizialmente eravamo catturati su una nave da guerra, senza sapere dove ci avessero portati. È stata una delle esperienze più terribili della mia vita. In 70 eravamo ammassati in una stanza per 40 persone, e l’aria era irrespirabile a causa dell’odore di escrementi”.
Ma Hasnain non ha perso la speranza. Dopo due giorni, sono stati trasferiti in una prigione nella Striscia di Gaza, dove ha subito brutalità fisiche. “Mi picchiavano, mi prendevano a calci e mi costringevano a rimanere in ginocchio con le mani legate dietro la schiena. Ho ancora i segni delle legature sui polsi”.
Le sofferenze subite sono state filmate e diffuse dal ministro della sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir. Hasnain compare nel video, mostrato con le mani legate e la testa china. “Dopo quattro giorni di prigionia, ci hanno costretti a firmare documenti per essere espulsi in Turchia. Tornato nel Regno Unito, mi sono reso conto di quanto fossi fortunato ad avere un forte sistema di supporto”.
Tuttavia, la consapevolezza che le persone che cercava di aiutare non avessero alcun supporto lo pesa. Nonostante le difficoltà, Hasnain conclude che la missione ha avuto successo. Sebbene non tutto l’aiuto sia giunto a Gaza, alcune forniture sono arrivate dopo la sua espulsione.
“Credo fermamente che, nonostante tutto, abbiamo raggiunto un obiettivo. La solidarietà e la bellezza di quell’esigenza comune di aiutare altre persone ha arricchito le nostre vite e ci ha uniti”, riflette Hasnain. Non prova rimpianti e guarda alla sua esperienza come a un’opportunità unica di umanità e comunanza, una lezione di resilienza che non dimenticherà mai.
Il mondo ha già preso atto delle esperienze vissute, e l’eco delle sue parole risuonerà nel cuore di coloro che continuano a lottare per un Gaza migliore.
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