Questioni di cervello e la guerra

Il comportamento, soprattutto quello intelligente, dovrebbe essere sempre valutato in funzione delle dimensioni del cervello di chi lo manifesta e messo a confronto tra le diverse specie animali. Proporzionalmente al peso del corpo, la dimensione del cervello umano è circa tre volte superiore a quello di uno scimpanzé e questo animale, dobbiamo sempre ricordarlo, è il più prossimo all’uomo. Insieme a queste considerazioni dobbiamo tener presente che non siamo sulla faccia della Terra da sempre; in realtà siamo stati gli ultimi ad arrivare. Se ci riferiamo alla specie cui apparteniamo, cioè all’Homo sapiens, tralasciando le comparse dei nostri primi antenati, ovvero Homo erectus (ergaster) (1,6 milioni di anni fa), Homo habilis (1,5-2 milioni di anni fa) e Australopithecus afarensis (3,7 milioni di anni fa), siamo comparsi sulla faccia della Terra da poco più di centocinquantamila anni. Un periodo quasi insignificante rispetto all’origine della vita e anche alla comparsa dei primi mammiferi (200-250 milioni di anni fa) e anche delle prime scimmie antropoidi e delle proscimmie, le cui origini risalgono a circa 60 milioni di anni fa. La comparsa degli scimpanzé si può far risalire invece a circa 7 milioni di anni fa: un periodo relativamente vicino a quello dell’uomo.

     Abbiamo fatto tutte queste premesse per arrivare a una domanda importante e cioè se questa cronologia abbia a che fare con la tolleranza (o l’intolleranza) intraspecifica negli animali e quindi anche negli uomini. In base ai fatti che si rilevano ogni giorno sembrerebbe proprio di sì e le guerre tra gli uomini ne sono la dimostrazione più evidente.

        In realtà sembra proprio che una più lenta evoluzione del cervello negli animali abbia favorito la tolleranza intraspecifica; infatti in molti animali il conflitto e la distruzione reciproca sono un’eccezione, non la regola. In sostanza, lo sviluppo smisurato della nostra corteccia cerebrale non ci ha aiutati a mettere in campo dei meccanismi comportamentali atti a inibire con intelligenza l’aggressività reciproca, ma paradossalmente a incrementarla. Dov’è andata a finire la nostra razionalità, se poi non sappiamo trovare il modo di evitare l’autodistruzione? Che cos’è che ci spinge a farlo, se a tutto si può rimediare fuorché alla morte? Al contrario di quanto si possa credere, né la storia dell’uomo né la filosofia ci hanno aiutati a risolvere questi dilemmi. Un aiuto potrebbero invece darcelo gli animali che, al contrario dell’uomo, riescono quasi sempre a trovare un’alternativa alla violenza.         Attraverso lo studio del comportamento animale e umano, il famoso etologo e premio Nobel Konrad Lorenz riteneva che l’aggressività fosse una predisposizione, una tendenza naturale, e che ci fosse sempre un modo per ridirezionarla verso canali di sfogo inoffensivi, in modo che si potesse esercitare senza far del male a nessuno. Il punto fondamentale è che questi canali devono essere sempre disponibili perché altrimenti si passerebbe a vie di fatto e all’aggressione; quel che è più grave per noi uomini, anche con strumenti artificiali che abbiamo costruito con le nostre mani e con la nostra intelligenza, ad esempio le armi automatiche e in ultima analisi la bomba atomica, che è già stata adoperata alla fine della Seconda guerra mondiale dagli Stati Uniti contro il Giappone. Non ci riflettiamo, ma noi uomini abbiamo a disposizioni molti canali di sfogo o inibitori dell’aggressività. Uno molto importante è la disapprovazione sociale e un altro potrebbe essere il codice penale, anche se questi due canali vengono spesso annullati dalla guerra tra popoli diversi o in guerre civili in cui è lecito imprigionare, maltrattare, torturare e uccidere il nemico. Per chiarire il punto partiamo dallo studio del comportamento aggressivo nei bambini, che a volte possono essere violenti, anche psicologicamente, quanto gli adulti. Una valvola di sfogo del comportamento aggressivo dei bambini è il gioco, un tempo costituito dal fingersi indiani o pistoleri del Far-West, oggi invece dai videogiochi, in cui in tutti i casi ci sono molti morti, anche se virtuali. Nell’adulto l’aggressività generalmente viene ridirezionata verso oggetti inanimati, come quando si battono violentemente i pugni su di un tavolo invece che sulla faccia di un sottomesso o di un avversario politico o sportivo, oppure si prende a calci una sedia invece di un avversario che si vorrebbe fare a pezzi. Lo si fa senza esserne coscienti e dopo averlo fatto ci si sente meglio, più rilassati, con una diminuzione della pressione sanguigna e dell’adrenalina nel sangue, un abbassamento della tensione, eccetera. Ciò è un bene per l’uomo e fa passare la collera. Estendere questo concetto a quello della guerra è molto più difficile, anche se la deterrenza (per esempio quella atomica) sta diventando uno strumento sempre più attuale. In questo caso le energie distruttive che abbiamo a disposizione possono essere dirette altrove, per esempio verso una diminuzione delle tensioni sociali e tra gli Stati. Ritornando infine alla questione delle dimensioni relative del nostro cervello rispetto a tutto quello che si è appena detto, sembra proprio che la sua evoluzione e il suo allargamento, invece di favorirci nella ricerca di una ridirezionalità dell’aggressività, ci abbiano purtroppo ostacolati.

Foto Redazione da Unsplash

Milad Fakurian – Cervello 3D Render

angelotartabini
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Angelo Tartabini, già professore ordinario di psicologia generale presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell'Università di Parma, in passato ha svolto attività di ricerca in Giappone (Kyoto University) (quattro anni), in Olanda (Institute of the Organization for Health Research, TNO)(un anno), negli Stati Uniti d'America (California University, Davis)(un anno), in Sud Africa (Witwatersrand University di Johannesburg)(un anno), in Canada (Ontario Institute for Studies in Education dell’Università di Toronto)(un anno) e in Inghilterra complessivamente per dieci anni, presso il Sub-Department of Animal Behaviour del Medical Research Council dell’Università di Cambridge sotto la direzione del Prof. Robert Hinde. E' autore di più di duecento pubblicazioni e di 16 volumi, tra i quali: Il mondo delle scimmie (Muzzio), L'uomo allo specchio (Il Pensiero Scientifico), Cannibalismo e antropofagia (Mursia), Una scimmia in tutti noi (B. Mondadori), Fondamenti di Psicologia evoluzionistica (Liguori), L'uomo scimmia (McGraw-Hill), Il Mondo in bilico (Mursia), Uomini e scimmie in pericolo (Mursia), Crimini contro l'ambiente (Liguori), Origine ed evoluzione del linguaggio in collaborazione con F. Giusti (Liguori), La coscienza negli animali (Mimesis) e Pensiero animale (Orme). Nel 2021 con il libro La coscienza negli animali ha vinto il Primo Premio per la saggistica “I Murazzi” di Torino, il Premio Internazionale di Letteratura Città di Como e il Premio Internazionale Percorsi Letterari dal Golfo dei Poeti Shelley e Byron, Lerici (SP). Nel 2022 con il libro Pensiero Animale ha vinto il Primo Premio letterario Città di Siena, il Primo Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica KERIT-LC (Reggio Calabria) e il Primo Premio Letterario città di San Pietro Apostolo (CZ). In passato ha pubblicato articoli di divulgazione scientifica presso il Corriere della Sera e La Stampa. Dal 2019 al 2021 ha collaborato con Wall Street International Magazine e poi con la Rivista online MEER. Dal 2022 collabora con articoli di divulgazione scientifica alla Rubrica Uomini e Animali della Gazzetta di Parma e alla pagina Lettere e Commenti del Corriere Adriatico.
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