‘Ricordi chi sono?’
Guardando negli occhi dell’uomo responsabile dell’omicidio della mia zia, sua moglie, 30 anni fa, potevo vedere dalla sua espressione vuota che non mi riconosceva.
Perché dovrebbe? Avevo solo 11 anni quando uccise la sorella minore di mio padre, una donna con cui condivideva cinque figli, in modo brutale, usando una mazza chiodata mentre i miei cugini – suo stesso sangue – guardavano orrorizzati.
Era il 2016 quando andai a trovarlo nel carcere di Nyanza nell’est del Ruanda – ed è un confronto che ho ripensato mentre ci avviciniamo all’anniversario del genocidio in quel paese, in cui centinaia di migliaia di membri del gruppo minoritario dei Tutsi furono uccisi. Quando gli dissi chi ero, tutto quello che disse fu che assomigliavo a mia nonna.
Quando andai in quel carcere avevo 33 anni, alla ricerca di risposte che avrebbero sperabilmente aiutato a trovare chiusura, e forse anche perdonarlo. Eppure questo uomo, che una volta era considerato mio zio, invece di assumersi la responsabilità dei suoi crimini, incolpava il governo dei primi anni ’90 per aver incitato la sua stessa maggioranza Hutu nel nostro paese a massacrare Tutsi come mia zia e me.
Fu sconfortante.
Il genocidio ruandese del 1994 è rimasto impresso nella memoria di coloro che lo hanno vissuto, un momento oscuro della storia che ha portato alla morte di centinaia di migliaia di persone. Ma per me e per la mia famiglia, quei tragici eventi si intrecciarono in modo personale, quando mia zia, una vittima innocente di quel conflitto etnico, fu brutalmente uccisa da chi avrebbe dovuto amarla e proteggerla.
La visita al prigioniero che aveva compiuto questo atto orribile era un passo verso la comprensione di quello che era accaduto, verso la ricerca di pace interiore. Ma sebbene avessi speranza di trovare delle risposte, invece rimasi con un vuoto più profondo nel cuore. La mancanza di rimorso, il rifiuto di accettare la propria colpa, ha dimostrato quanto sia difficile per alcune persone affrontare il male che hanno commesso.
Quando penso a mia zia, mi vengono in mente i suoi occhi gentili, la sua risata contagiosa, la sua gentilezza. E poi c’è il ricordo del dolore che ha provato, del terrore che ha vissuto prima che la sua vita fosse spezzata così crudelmente. Il pensiero di mia zia mi riempie di tristezza ma anche di determinazione nel ricordare la sua memoria e lottare per la giustizia.
Il perdono è un tema difficile da affrontare in una situazione simile. Come si può perdonare chi ha causato tanto dolore, chi ha infranto le vite di così tante persone innocenti? Ma il perdono, sebbene sia difficile e richieda tempo, è un passo fondamentale verso la guarigione. Per dare pace a se stessi, bisogna trovare la forza di liberarsi dall’odio e dalla rabbia che consumano l’anima.
Anche se l’uomo che una volta chiamavo zio non ha mostrato alcun segno di pentimento, la mia visita al carcere mi ha aiutato a vedere le cose da una prospettiva diversa. Ho capito che non si può controllare le azioni degli altri, ma si può controllare la propria reazione ad esse. Il perdono non significa dimenticare gli orrori del passato, ma significa liberarsi dalla catena dell’odio che può distruggere la propria vita.
Ogni anno, quando si celebra l’anniversario del genocidio ruandese, mi ritrovo a riflettere su cosa significhi perdonare, su come possiamo trovare la pace in un mondo così pieno di odio e violenza. La memoria di mia zia mi spinge a lottare per la giustizia e per un futuro in cui nessuno debba mai sperimentare il dolore che ha vissuto lei.
La visita al carcere mi ha insegnato molto, mi ha fatto capire che il perdono è un processo personale e profondo, che richiede tempo e riflessione. Ma è anche un passo importante verso la guarigione e la pace interiore. E, nonostante le difficoltà e le sfide che ho affrontato lungo il cammino, so che continuare a lottare per la giustizia e per il perdono è ciò che mia zia avrebbe voluto da me.
Così, mentre guardo lontano in quel giorno tragico in cui mia zia è stata strappata via da noi, trovo in me la forza di andare avanti, di onorare la sua memoria e di perdonare chi ha causato tanto dolore. Perché solo attraverso il perdono possiamo trovare la pace e la speranza di un futuro migliore.
#leggolondra


