Esecuzione Ingiusta: La Tragedia di Saleh Mohammadi
L’Iran sta attraversando un periodo di violenza e repressione, e recentemente tre uomini sono stati giustiziati in un contesto di sanguinose manifestazioni contro il regime. Tra di essi vi era anche Saleh Mohammadi, un giovane lottatore di soli 19 anni, membro della nazionale iraniana di wrestling, la cui esecuzione ha suscitato indignazione a livello globale.
Le autorità iraniane hanno accusato i tre uomini, di cui Mohammadi era il più giovane, di aver ucciso agenti di polizia durante le manifestazioni che si sono svolte a gennaio, in un clima di crescente malcontento contro il regime di Khamenei. La notizia dell’esecuzione è giunta a pochi giorni dai fatti, avvenuta nella città di Qom, dove Mohammadi è stato impiccato dopo un processo che, secondo i gruppi per i diritti umani, è stato caratterizzato da torture e confessioni estorte.
Le accuse formulate contro di loro comprendevano il reato di “moharebeh”, una legislazione iraniana cui è associata la condanna a morte per chiunque sia ritenuto in guerra contro Dio. Questa legge è spesso utilizzata come strumento di repressione contro dissidenti e oppositori del regime.
Secondo l’agenzia di stampa Tasnim, vicina alle forze di sicurezza iraniane, i tre uomini avrebbero confessato i crimini di cui erano accusati e sarebbero stati rappresentati da un avvocato. Tuttavia, organizzazioni come Amnesty International hanno messo in dubbio la legittimità di queste affermazioni, sostenendo che le confessions furono ottenute sotto tortura e maltrattamenti.
Saleh Mohammadi, originario di Qom, aveva rappresentato con orgoglio la sua nazione in diverse competizioni, inclusi eventi internazionali in Russia, dove insieme alla squadra avevano ottenuto diversi riconoscimenti. L’ultima sua pubblicazione su Instagram risale a dicembre, in cui si mostrava mentre si allenava con la maglietta sopra il simbolo della bandiera iraniana. Le immagini dei suoi successi sportivi hanno commosso i suoi follower, che nei giorni successivi all’annuncio della sua morte hanno inondato i social media con tributi e messaggi di cordoglio.
Subito prima dell’esecuzione, il giovane lottatore aveva inviato un messaggio chiaro al tribunale, affermando di aver confessato solo “sotto tortura”. Nonostante le gravi accuse e le misure punitive, molti sostengono che si trattasse semplicemente di un pretesto per silenziare una voce che si levava contro l’ingiustizia e la repressione del regime.
L’eco della tragedia di Saleh Mohammadi ha risonato ben oltre i confini dell’Iran. Diverse voci si sono levate, chiedendo un’azione internazionale e sostenendo il popolo iraniano, che si trova a fronteggiare un regime sempre più oppressivo. Una delle petizioni diffuse sui social nei mesi precedenti l’esecuzione ha persino coinvolto figure politiche globali, come il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, esortando le autorità internazionali a non rimanere in silenzio di fronte alla minaccia crescente di esecuzioni politiche.
Il 2025 ha visto il regime iraniano continuare a praticare le esecuzioni, con oltre 2000 persone giustiziate, il numero più alto dall’epoca degli anni ’80. Le condanne capitali sono state in gran parte per reati legati alle droghe, ma il trend di crescente repressione politica ha allarmato i gruppi per i diritti umani, che denunciano l’uso della pena di morte come strumento di vendetta verso chi si oppone al regime.
Le esecuzioni recenti altro non fanno che evidenziare un clima di impunità e violazione dei diritti umani, che continua a pervadere la società iraniana. Saleh Mohammadi è diventato un simbolo della lotta contro questa oppressione, e la sua storia serve a ricordare al mondo intero le atrocità che avvengono quotidianamente. La comunità internazionale deve prendere atto di queste ingiustizie e agire con fermezza per proteggerne i diritti e garantire giustizia, affinché simili tragedie non si ripetano in futuro. La lotta per la libertà e i diritti umani in Iran è tutt’altro che finita, e ogni voce conta nella chiamata per il cambiamento.
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