L’uso degli animali nella sperimentazione scientifica è molto diffuso. Ogni anno in molti laboratori del mondo vengono sacrificati migliaia e migliaia di animali a questo scopo. È necessario e lecito farlo? Come disse il filosofo Greco Trisimaco: “L’ingiustizia del più forte sopraffà sempre il più debole e da ciò ne trae (purtroppo) felicità”. Ed è proprio così.
In questo breve articolo però non parleremo della filosofia di Trisimaco, anche se sarebbe molto interessante farlo, né di statistiche o di leggi, ma di un uso improprio di modelli animali che potrebbero essere benissimo sostituiti da modelli artificiali (quindi senza fare del male a nessuno), per esempio con un uso più esteso delle colture cellulari in vitro, con le cellule staminali (su cui si lavora relativamente poco) o sfruttando big data e sistemi computazionali con un approccio statistico, come si è iniziato a fare da qualche tempo nel campo della tossicologia. Con quest’ultimo mezzo è possibile predire all’80% circa il comportamento di un farmaco sperimentale sull’uomo, il che non è poco. Il punto purtroppo è che spesso i modelli alternativi sono molto più costosi di quelli tradizionali e richiedono molto più tempo per essere resi efficaci e, come sappiamo tutti, il tempo è denaro. Le case farmaceutiche, almeno quelle più importanti, lo sanno molto bene e non fanno ovviamente niente o comunque fanno molto poco per cambiare rotta. Tra l’altro la legge in quasi tutti i Paesi del mondo non impedisce l’uso di animali nella sperimentazione. In una prestigiosa università americana (ma anche in molte altre), il 90% degli animali che vengono utilizzati nei laboratori non sono tutelati da niente e nessuno. Gli studenti possono fare sperimentazione con essi senza nessuna limitazione, né riguardi e considerazioni sul fatto che molti di loro sono in via di estinzione. Inoltre, nell’utilizzo sperimentale degli animali in laboratorio da parte delle case farmaceutiche c’è un costante, strisciante e subdolo ricatto di questo tipo: tu (puntandoti il dito addosso), per salvare il tuo giovane figlio da morte sicura a causa di una malattia molto grave, non sacrificheresti, ad esempio, una dozzina di topolini o una piccola scimmia? Questa domanda, oltre a essere scientificamente impropria, è anche falsa e questo ce lo dice la storia della medicina, non l’almanacco del giorno dopo! Per capirci meglio facciamo un esempio molto illuminante e significativo: nel 1928, quando Alexander Fleming scoprì la penicillina, un antibiotico mai realizzato prima (da una muffa Penicillium notatum), non utilizzò nessun animale, a meno che non si voglia paragonare un batterio a una scimmia. Sfruttò quindi un modello alternativo e a costo zero. La sua scoperta salvò milioni e milioni di vite umane senza grandi investimenti, anche se per questo ci volle più tempo e molta più pazienza da parte dello scienziato scozzese. Nel 1945 per tale grande e importantissima scoperta gli fu giustamente assegnato il premio Nobel per la medicina.
C’è un’altra questione non secondaria e quindi da non trascurare, cioè se sia vero che un farmaco testato su un piccolo animale come un ratto o una proscimmia (in farmacologia vengono spesso sacrificate le proscimmie più che le scimmie vere e proprie, il che è ancora peggio) possa essere altrettanto efficace se somministrato all’uomo. Su questa questione non posso approfondire perché non ho le competenze per farlo, ma ho il sospetto che molto spesso i farmaci, o meglio molti farmaci in circolazione nel mondo siano sperimentali. In sostanza, se sono a breve scadenza, non fanno male e non provocano danni irreversibili nell’uomo, vuol dire che i vantaggi sono probabilmente superiori agli svantaggi. Tanto per non girarci intorno, i vaccini che attualmente vengono utilizzati contro il COVID-19 sono tutti sperimentali; per ora fanno bene e certamente hanno evitato una diffusione più vasta nel mondo di questo virus, che tra l’altro è in continuo mutamento, ma ciò che si spera è che in futuro questi vaccini non provochino danni inaspettati su chi li ha assunti. Al di là di ciò, tornando agli animali che vengono sacrificati nella ricerca scientifica e farmacologica, ci sono delle opinioni di alcuni scienziati su cui dovremmo riflettere. Uno in particolare (non uno qualunque, in quanto la Commissione Europea per il farmaco gli ha affidato, a suo tempo, la direzione di un Centro per la convalida di metodi di ricerca alternativi, quindi senza l’utilizzo di animali di laboratorio), il Professor Thomas Hartung asserì, senza provocare grande sorpresa, che il 97% dei risultati ottenuti con l’utilizzo degli animali di laboratorio non sono paragonabili a quelli umani. Questo vuol dire che la percentuale di successo per l’uomo con questi metodi sperimentali è inferiore del 3%!
Allora la domanda è la seguente: come possono fare le case farmaceutiche a giocare su queste percentuali minime e quindi economicamente rischiose? Secondo Hartung è incomprensibile e inaccettabile una crudeltà del genere rivolta agli animali; egli aggiunse che se ad esempio l’effetto di un farmaco su un topo è solo del 57% efficace su un ratto, l’efficacia su un uomo dovrebbe essere praticamente nulla. La sperimentazione animale non porta grandi vantaggi all’uomo, non predice nulla o quasi. C’è in sostanza un annullamento della riproducibilità, per non parlare dell’aspetto etico, di cui tutti parlano ma non si fa praticamente niente per arginare il fenomeno.
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