Cinque anni fa, quando avevo 19 anni, stavo terminando il mio addestramento nella regione del deserto del Negev nel sud di Israele come parte del mio servizio nazionale nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF).
Era il Giorno della Memoria dell’Olocausto. Indossavo l’uniforme per una cerimonia, sommerso dalle emozioni, pensando ai miei antenati molto recenti che furono bruciati vivi in Polonia dai nazisti.
Come ebreo-israeliano, guardavo i miei compagni con un senso di orgoglio per essere in un paese che è diventato la nostra casa e un luogo sicuro.
Ma appena terminata la cerimonia, i miei pensieri si rivolsero al brutale, sanguinoso conflitto e all’occupazione di cui ero parte per il semplice fatto del mio arruolamento.
Per quanto fossi orgoglioso di onorare i membri della mia famiglia e grato per una patria sicura, il mio sentimento più forte era che non potevo partecipare più a questo ciclo di violenza.
Questo ricordo commovente risale prima all’ultima escalation della guerra tra Israele e Hamas nell’ultimo anno, ma vi era violenza già molto prima.
L’arruolamento nelle IDF è parte di una strana normalità che i giovani in Israele vivono.
Essere obbligati a servire nell’esercito è una pratica comune in Israele, dove l’esercito difende il paese da minacce esterne e svolge un ruolo importante nella vita quotidiana dei cittadini.
Essendo un paese costantemente minacciato, la difesa è una priorità assoluta per Israele e molti giovani si arruolano con orgoglio per proteggere la loro nazione.
Tuttavia, per alcuni come me, il servizio militare può essere un dilemma morale. Trovarsi a partecipare a conflitti violenti e controversi può mettere a dura prova le proprie convinzioni e valori.
Dopo aver vissuto esperienze dolorose e difficili durante il mio servizio militare, ho iniziato a riflettere sul senso di appartenenza e identità nazionale.
Mi sono reso conto che la violenza e l’occupazione non erano il modo giusto di proteggere il mio paese e ho iniziato a cercare alternative per promuovere la pace e la giustizia.
Ho iniziato a conoscere organizzazioni e movimenti pacifisti che lavorano per la risoluzione dei conflitti in modo non violento e ho iniziato a partecipare attivamente alle loro iniziative e ai loro eventi.
Mi sono reso conto che c’era una diversa narrativa possibile, basata sulla cooperazione, la comprensione e la coesistenza pacifica tra i popoli di Israele e Palestina.
Ho iniziato a promuovere il dialogo interculturale e a cercare di educare le persone sulla necessità di una pace duratura e di un futuro migliore per tutti i cittadini della regione.
Attraverso il mio impegno per la pace e la giustizia, ho trovato un modo per dare un contributo positivo alla mia comunità e per onorare la memoria dei miei antenati in modo significativo.
Anche se non tutti possono condividere le mie stesse convinzioni, credo che sia importante aprire un dialogo e cercare di comprendere le diverse prospettive e esperienze degli altri.
Alla fine, la pace e la riconciliazione richiedono impegno e sacrificio da entrambe le parti, ma sono il solo modo per garantire un futuro migliore per tutti i popoli della regione.
Il mio tragitto dalla militanza all’attivismo pacifista è stato un percorso personale e significativo che mi ha portato a riconsiderare le mie priorità e a cercare un modo per contribuire alla costruzione di un mondo più giusto e pacifico.
Attraverso l’impegno per la pace e la giustizia, spero di ispirare gli altri a cercare alternative alla violenza e all’occupazione e a lavorare insieme per un futuro migliore per tutti i popoli della regione.
Non sarà facile e richiederà tempo, ma sono convinto che un cambiamento positivo sia possibile se ci impegniamo sinceramente e con determinazione.
#leggolondra


