Jonathan Blake: La Storia di una Guarigione e di una Lotta Contro l’HIV
Nel ottobre del 1982, Jonathan Blake ricevette una notizia che avrebbe cambiato la sua vita: gli fu detto che sarebbe morto entro tre mesi. A 33 anni, era stato appena diagnosticato con l’HIV, diventando uno dei primissimi in Gran Bretagna a ricevere tale diagnosi. “Mi hanno detto che avevo un virus e che non c’era cura”, racconta Jonathan, oggi 76enne. “Era una condanna a morte”.
Malgrado la tragedia che lo circondava, con numerosi amici che morivano e anni di silenzio terapeutico, Jonathan riuscì a sopravvivere. In quattro decenni, combatté non solo contro il virus, ma anche contro l’omofobia e lo stigma associati. Questo percorso si incrociò con una rivoluzione medicinale che cambiò drasticamente le possibilità di trattamento.
Il 1º dicembre, in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS, il pionieristico attivista ha messo in guardia la società: l’epidemia di HIV è stata dimenticata, mettendo a rischio molte altre persone.
Due mesi dopo la diagnosi, nel tentativo disperato di sfuggire a quella realtà, Jonathan tentò il suicidio. “Ma non ci riuscii. Così mi resi conto che dovevo andare avanti e vivere”.
E così fece. Negli ultimi 43 anni ha intrapreso un percorso di vita straordinario, incontrando il suo compagno di vita, Nigel Young, e trasferendosi in una cooperativa abitativa nel quartiere di Brixton. Insieme, iniziarono a fare campagna, prendendo parte al movimento “Lesbian and Gays Support the Miners” negli anni ’80, per sostenere una comunità del sud del Galles contro la chiusura di una miniera di carbone da parte del governo di Margaret Thatcher. Questo impegno è stato in seguito rappresentato nel film “Pride” del 2014, dove Jonathan è stato interpretato dall’attore Dominic West.
Tuttavia, nel periodo in cui Jonathan e altri lottavano per la giustizia sociale, l’HIV continuava a diffondersi rapidamente tra gli uomini gay, e solo nel 1984 fu ufficialmente riconosciuto. Negli ultimi mesi di quell’anno, nel Regno Unito si registravano 108 casi di AIDS e 46 decessi, mentre negli Stati Uniti il bilancio era drammatico.
“Ascoltando le storie dei miei coetanei, ho visto la mia generazione ‘decimata’ dalla malattia”, condivide Jonathan. “Era come essere un soldato nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. È difficile parlarne”. Quando gli viene chiesto come ha fatto a rimanere in vita mentre tanti non ce l’hanno fatta, lui risponde: “Non ne ho idea. Sei solo qualcuno che ha avuto fortuna”, come gli disse una volta il suo medico.
Con l’aumento della consapevolezza sull’HIV, aumentò anche il sentimento omofobico. Un titolo infame del 1985 del giornale The Sun recitava: “Sparerei a mio figlio se avesse l’AIDS, dice un sacerdote”. Nel 1987, il governo britannico lanciò una campagna nazionale di informazione sulla salute, promuovendo messaggi spaventosi: “Se ignori l’AIDS, potrebbe essere la tua morte. Non morire di ignoranza”.
Jonathan ricorda come quelle pubblicità abbiano instillato paura nella popolazione. “La stampa ha strumentalizzato la questione. La liberazione gay aveva disturbato troppo alcuni”, afferma. Fino al 1996, Jonathan visse sull’orlo dell’AIDS, la fase terminale della malattia, fino a quando la sua salute non cedette. Fortunatamente, in quel periodo i trattamenti avevano fatto notevoli progressi.
Iniziò a prendere pillole due volte al giorno, rapidamente accorgendosi di avere energia che non provava da decenni. Ma, a dire il vero, gli effetti collaterali devastanti non tardarono ad arrivare.
Nel 1997, l’introduzione dei test sulla carica virale rappresentò una vera e propria rivoluzione, consentendo ai medici di valutare l’efficacia della terapia antiretrovirale. Oggi, Jonathan assume solo una pillola al giorno e ha una carica virale indetectabile.
Una delle sue reti di sostegno più importanti è stata la cooperativa abitativa LGBT di Brixton, dove ha vissuto per oltre quarant’anni. In occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS 2025, Jonathan nutre una grande paura per il crescente numero di infezioni. Dalla diminuzione dei casi dal 2005, i tassi di diagnosi hanno cominciato a risalire nel 2021.
Jonathan avverte: “C’è una complacenza; credo che i giovani gay non ci pensino, non conoscono la storia e non viene loro raccontata. L’HIV è un’epidemia dimenticata”.
Il suo messaggio per i nuovi pazienti è chiaro: “Non arrabbiarti con la tua diagnosi. Semplicemente, affrontala e ascolta i tuoi medici, perché loro ti aiuteranno”. Jonathan continua a essere un faro di speranza, dimostrando che, nonostante le sfide, è possibile vivere una vita piena e significativa.
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