L’isola di Bazaruto (Mozambico)

Pochi conoscono questa piccola isola che si trova nell’oceano Indiano, vicino alle coste del Mozambico. Certamente si tratta di un luogo che dovrebbe farci riflettere su dove stia andando il mondo (o sia già irrimediabilmente andato).

Insieme ad altre quattro piccole isole, ovvero Benguerra, Magaruque, Bangué e Santa Caterina o Isola Paradiso, Bazaruto forma un arcipelago collocato tra sei e dieci chilometri di distanza dalla costa del Mozambico ed è classificato come parco nazionale marino dal 1971. Milioni di anni fa l’arcipelago era un tutt’uno con la terraferma.

Il parco si estende per 1.430 km2 ed è costituito da aree marine, barriere coralline, spiagge, paludi, acquitrini, lagune a mangrovie e piccole foreste. È un parco protetto, ma solo superficialmente come vedremo più avanti, che si può raggiungere in aereo da Maputo, la capitale del Mozambico, e da Johannesburg, in Sud Africa. Si arriva fino alla città costiera di Vilanculos e poi si prosegue in barca oppure con un altro piccolo aereo da turismo.

A Bazaruto si devono rispettare delle regole di comportamento. Nel vedere le acque cristalline paradisiache e le spiagge dorate chiunque in teoria lo farebbe, chiunque tenderebbe a rispettare l’ambiente, anche se non è sempre così. Qui negli ultimi decenni sono stati costruiti dei lodge per turisti di alto bordo.

Questo paradiso ospita centottanta specie di uccelli, di cui trentaquattro marine, quarantacinque specie tra rettili e anfibi, duecento specie di pesci e duecento specie di gasteropodi. Ci sono coccodrilli di acqua dolce e antilopi, mentre nel mare nuotano squali, delfini, gigantesche tartarughe Caretta caretta e il dugongo (Dugon dugon), un mammifero marino che da adulto può raggiungere i tre metri di lunghezza e un peso di quattrocento chili.

Si tratta di una specie in via di estinzione, nonostante sia un animale molto prolifico. Se si è fortunati a Zenguelemo Point, a nord dell’isola di Bazaruto, si possono vedere ancora gli ultimi dugongo rimasti al mondo. La pesca lungo le coste del Mozambico gli crea molte difficoltà e l’inquinamento è un altro fattore determinante: ha ridotto al lumicino questa specie meravigliosa e assolutamente non pericolosa per l’uomo.

La pesca è l’attività principale degli indigeni, che riforniscono i lodge di pesci prelibati e di aragoste. Quando si percorrono i sentieri dell’isola si possono incrociare scoiattoli rossi e toporagni. Bazaruto è popolata da circa tremilacinquecento persone, tutte o quasi impiegate nei lodge, facendo spola quotidianamente tra l’isola e la terraferma. Altri restano, anche se non permanentemente, in piccoli villaggi costituiti da una decina di capanne, ma che inquinano molto. Non hanno discariche e nemmeno acqua potabile; questi sono ovviamente luoghi in cui i turisti non mettono mai piede.

Nell’isola non esistono strade asfaltate e le autorità hanno promesso che non le faranno mai. I turisti vengono portati dal porto o dall’aeroporto ai lodge a bordo di un carro trainato da un trattore e non possono portare con loro dalla terraferma cani, gatti, frutta e piante di ogni genere. Quando escono dai lodge per una passeggiata, inoltre, devono seguire dei percorsi segnalati e mai uscire dai sentieri. Ai turisti non è consentito di piantare tende e ombrelloni sulla spiaggia, ovviamente non possono cacciare niente, nemmeno le farfalle, o pescare e non devono assolutamente disperdere lattine, bottiglie, fazzoletti e cibo o altri rifiuti nell’ambiente. Possono bere bibite e alcolici, prendere il sole in piscina e mangiare solo nei lodge, luoghi in cui al turista non rimane che passare quasi tutta la giornata; in compenso si può fare snorkeling.

Allora ci si domanda: com’è possibile contaminare con tutte queste strutture per pochi un luogo piccolo ma incantevole come Bazaruto, per arrivare nel quale dall’Europa ci vogliono circa ventiquattro ore di volo e per soggiornare una settimana nel quale si può spendere fino a cinquemila dollari a persona, senza considerare poi ciò che si spende durante il soggiorno nei lodge fra bibite, spritz e snack costosissimi che alla fine possono arrivare a costare quanto il viaggio?

Fino a qualche decennio fa molti primatologi supponevano che a Bazaruto esistessero tre specie di scimmie, o meglio sottospecie: il cercopiteco dalla coda bianca (Cercopithecus albogularis erythrarchus), il cercopiteco verde (Chlorocebus pygerythrus pygerythrus) e il paviano nero, un babbuino (Papio ursinus griseipes). Ora ècerto è che sono tutte scomparse. Si è poi creduto che ci fosse una specie di proscimmia, un galagone (Galago moholi), ma non ci sono evidenze e se qualcuno l’ha intravisto probabilmente ha avvistato qualche esemplare portato dalla terraferma e poi abbandonato sul posto.

La ragione fondamentale di questa catastrofe naturale è indice del pessimo rapporto dell’uomo con la natura, tutto in nome del profitto: la creazione di lodge che non dovevano essere costruiti. Bazaruto è un’isola molto piccola (larga sette chilometri e lunga poco più di trenta) e poteva diventare un laboratorio naturalistico sperimentale, ma in verità è stato fatto il contrario: è avvenuta una spoliazione del territorio con una violenta deforestazione che ha reso la terra sterile per gli indigeni e quindi impossibile da coltivare.

Le uniche attività possibili rimaste sono la pesca, che ancora si pratica, e il turismo (tra l’altro si tratta di un turismo “mordi e fuggi”) che non ha portato però un gran beneficio, in quanto è elitario e distruttivo quanto quello di massa come quello praticato in molti luoghi dell’Africa e quindi non solo a Bazaruto.

Tra qualche decennio nell’arcipelago rimarranno in piedi solo un paio di lodge gestiti da agenzie turistiche sud africane per ospitare poche centinaia di turisti all’anno, mentre il resto dell’isola sarà un deserto senza nemmeno l’ombra di una delle nostre cugine più prossime, le scimmie, in realtà scomparse più di cinquant’anni fa.

angelotartabini
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Angelo Tartabini, già professore ordinario di psicologia generale presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell'Università di Parma, in passato ha svolto attività di ricerca in Giappone (Kyoto University) (quattro anni), in Olanda (Institute of the Organization for Health Research, TNO)(un anno), negli Stati Uniti d'America (California University, Davis)(un anno), in Sud Africa (Witwatersrand University di Johannesburg)(un anno), in Canada (Ontario Institute for Studies in Education dell’Università di Toronto)(un anno) e in Inghilterra complessivamente per dieci anni, presso il Sub-Department of Animal Behaviour del Medical Research Council dell’Università di Cambridge sotto la direzione del Prof. Robert Hinde. E' autore di più di duecento pubblicazioni e di 16 volumi, tra i quali: Il mondo delle scimmie (Muzzio), L'uomo allo specchio (Il Pensiero Scientifico), Cannibalismo e antropofagia (Mursia), Una scimmia in tutti noi (B. Mondadori), Fondamenti di Psicologia evoluzionistica (Liguori), L'uomo scimmia (McGraw-Hill), Il Mondo in bilico (Mursia), Uomini e scimmie in pericolo (Mursia), Crimini contro l'ambiente (Liguori), Origine ed evoluzione del linguaggio in collaborazione con F. Giusti (Liguori), La coscienza negli animali (Mimesis) e Pensiero animale (Orme). Nel 2021 con il libro La coscienza negli animali ha vinto il Primo Premio per la saggistica “I Murazzi” di Torino, il Premio Internazionale di Letteratura Città di Como e il Premio Internazionale Percorsi Letterari dal Golfo dei Poeti Shelley e Byron, Lerici (SP). Nel 2022 con il libro Pensiero Animale ha vinto il Primo Premio letterario Città di Siena, il Primo Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica KERIT-LC (Reggio Calabria) e il Primo Premio Letterario città di San Pietro Apostolo (CZ). In passato ha pubblicato articoli di divulgazione scientifica presso il Corriere della Sera e La Stampa. Dal 2019 al 2021 ha collaborato con Wall Street International Magazine e poi con la Rivista online MEER. Dal 2022 collabora con articoli di divulgazione scientifica alla Rubrica Uomini e Animali della Gazzetta di Parma e alla pagina Lettere e Commenti del Corriere Adriatico.
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